Dopo il porcellum

Alla sua invocazione ai partiti perché raggiungano un’intesa sulla riforma della legge elettorale, Mario Monti ha ora allegato un nuovo argomento: il nuovo meccanismo di voto deve raggiungere l’obiettivo di garantire la stabilità dei governi. L’obiettivo è ovviamente giusto, purtroppo lo strumento, cioè il sistema elettorale, è insufficiente a raggiungerlo. A rendere fragili le coalizioni di governo in Italia non è la scarsità della maggioranza numerica iniziale. Anche con questo requisito gli esecutivi sono caduti dopo pochi anni o, nel migliore dei casi, quello del secondo governo Berlusconi, si sono trovati paralizzati dai dissidi interni.
10 AGO 20
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Alla sua invocazione ai partiti perché raggiungano un’intesa sulla riforma della legge elettorale, Mario Monti ha ora allegato un nuovo argomento: il nuovo meccanismo di voto deve raggiungere l’obiettivo di garantire la stabilità dei governi. L’obiettivo è ovviamente giusto, purtroppo lo strumento, cioè il sistema elettorale, è insufficiente a raggiungerlo. A rendere fragili le coalizioni di governo in Italia non è la scarsità della maggioranza numerica iniziale. Anche con questo requisito gli esecutivi sono caduti dopo pochi anni o, nel migliore dei casi, quello del secondo governo Berlusconi, si sono trovati paralizzati dai dissidi interni. Questa condizione non è stata superata da nessun sistema elettorale, probabilmente perché è la conseguenza di due problemi irrisolti, quello della robustezza del sistema politico e dei partiti e quello del sistema istituzionale antiquato. La debolezza del sistema politico è testimoniata dal fatto che, nel corso di tutte le legislature della Seconda Repubblica i fenomeni di migrazione dai gruppi parlamentari in cui si era stati eletti hanno interessato una quota assai consistente di parlamentari, sia di maggioranza sia di opposizione. Non si tratta di istituire un vincolo di mandato formale, ma di realizzare quello sostanziale basato sul legame tra eletti ed elettori, legame mediato dai partiti, quando sono degni di questo nome. Il problema costituzionale è legato al bicameralismo perfetto e alla debolezza della figura del presidente del Consiglio, che non può neppure sostituire i ministri. La riforma elettorale, pur necessaria, non può produrre automaticamente la governabilità, che dipende anche dalle condizioni citate e da altri fattori, non tutti nazionali.
Questo non significa che alla riforma elettorale si possa rinunciare, o che essa possa essere costruita come una sorta di sistema di salvataggio del ceto politico esistente, che sarebbe percepito da settori rilevanti dell’elettorato come un imbroglio. Il passaggio che si può costruire ora è probabilmente un passaggio intermedio, visto che non può essere collegato a una riforma del sistema della decisione politica, come sarebbe il cancellierato alla tedesca o il semipresidenzialismo francese. A questo, si spera, può provvedere la prossima legislatura. Ora si può e si deve migliorare il rapporto tra elettori ed eletti, ricostruendo una connessione di rappresentanza anche territoriale, tentare di ridurre la frammentazione, tenendo conto che la debolezza dei partiti maggiori ne è la causa principale, salvare il principio del bipolarismo declinandolo però in forme meno belluine. Questo basterà a garantire la stabilità del prossimo governo? Purtroppo no, ma potrà dare al Parlamento e ai partiti gli strumenti per compiere gli altri passi necessari.